La tendenza alla delocalizzazione delle industrie, movimento “naturale” per ogni azienda che voglia massimizzare i profitti grazie a salari più bassi, tende con il tempo ad affievolirsi, a causa di diversi fattori, tra i quali: a) la progressiva sostituzione della produzione precapitalistica con una produzione più moderna porta a una analoga trasformazione del mercato interno delle zone in cui si delocalizza e alla crescita dei salari; b) l’aumento della meccanizzazione e dell’automazione dell’industria, con la diminuzione del rapporto tra salari e investimenti in macchine (cioè gli investimenti in impianti crescono molto più della massa dei salari), rende i benefici della delocalizzazione sempre meno convenienti di fronte ai costi dello spostamento degli impianti e del trasporto delle merci e alla carenza di infrastrutture rispetto ai paesi di più antico sviluppo industriale.
Per tenere quindi in piedi il sistema sul quale si poggia l’economia di carta, quello cioè basato sullo scambio tra prodotti industriali cinesi e “prodotti” finanziari (titoli azionari, derivati e quant’altro, la maggior parte dei quali senza un reale valore intrinseco), le élite globaliste si sono avvalse di meccanismi “artificiali”, come le asimmetrie tariffarie (ad esempio, tariffe alte per esportare in Cina e basse per importare dalla Cina), l’eccesso di regolamenti per produrre in Occidente (che ha anche l’effetto di favorire la grande impresa su quella piccola e media), gli accordi sul clima, che tendono a penalizzare fortemente la produzione industriale nei paesi occidentali rispetto a quella nei paesi emergenti, che è intrinsecamente molto più inquinante.
La visione alla base della rivoluzione in corso è, a nostro avviso, quella di un riequilibrio della produzione mondiale, in modo da rendere ogni singola area del pianeta il più autosufficiente possibile dal punto di vista agricolo, minerario e alimentare. Questo permetterà di razionalizzare e limitare il trasferimento dei prodotti da un’area all’altra e di contenere al massimo gli squilibri negli scambi, in modo che ogni area del pianeta possa dare alle altre tanto quanto ne riceve. La base della futura sicurezza mondiale risiede infatti anche in questo equilibrio, che elimina i concetti di “popoli sfruttati” e “popoli sfruttatori”. Inoltre, dal punto di vista strettamente militare, gli USA, che sono i maggiori garanti della stabilità del nuovo mondo insieme alla Russia, sono stati notevolmente indeboliti dall’esodo delle proprie industrie e devono mettere in atto un piano di reindustrializzazione il più possibile rapido. Abbiamo quindi toccato un altro dei punti cruciali per i globalisti: indobolire quei paesi dove è più forte la tendenza alla libertà individuale, che contrasta con i loro piani dispotici, affinché potessero soccombere nella guerra globale che avevano pianificato. È perciò lampante il motivo per cui, tra le prime mosse di Trump, vediamo l’uscita dagli accordi sul clima, la deregulation e il livellamento dei dazi doganali su una base di reciprocità.
Le minacce di guerra reale che vengono dalla Cina, cosa che molto raramente accade, sono, a nostro parere, solo una cortina fumogena che rappresenta le istanze del deep state globalista cinese, quello umiliato dall’allontanamento di Hu Jintao, uomo di Soros, dall’ultimo congresso del PCC. Parte essenziale dell’alleanza internazionale dei Patrioti è infatti la dirigenza cinese che fa capo a Xi Jinping, che, al di là della necessaria cura delle apparenze, è saldamente sul terreno della rivoluzione.
È chiaro che i globalisti vogliono la guerra mondiale nucleare, che per loro sarebbe l’unica speranza di ribaltare la loro sorte, come stanno chiaramente dimostrando i nani politici collegati a Bruxelles. È altrettanto chiaro che il loro abbaiare alla luna è un inequivocabile segno di impotenza.
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